Comitato Quarto Stato

Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo diventa un arazzo tessuto da Vittoria Montalbano



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1/5/2015 Milano

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L'appello che segue è stato sottoposto a molte persone in diverse occasioni, quasi sempre cortei e manifestazioni, provocando reazioni molto disparate. Dall'indifferenza fino alla grande commozione. Una specie di test su storia individuale, sogni, illusioni, disillusioni, speranze.
Quel popolo in marcia parla di povertà, di disperazione, ma anche di unione e di ribellione. Ma quell'immagine descrive anche un confine, tra quelli che sono lì e quelli che sono da un'altra parte. Chi vede il quadro lo sa. Magari non dice nulla ma se lo chiede.
Vivere in mezzo a quel popolo oppure contro di lui è una questione di scelte individuali. Aiutare chi è al nostro fianco oppure coltivarne e sfruttarne debolezze e povertà è una questione di scelte individuali. Scegliere di stare dall'altra parte del confine, magari come servi alla perenne ricerca di un padrone, è una questione di scelte individuali.
A molte persone è stata offerta la possibilità di aderire e molti di loro lo hanno fatto. Alcuni di loro sono persone molto note. Tutti quelli che lo vorranno, prima o poi, potranno essere elencati sul sito. Un nome però, uno per tutti, lo vogliamo anticipare. Un ragazzo molto sveglio: Mario Monicelli.

RICOMINCIAMO DAL QUARTO STATO

un'iniziativa nata da una riflessione sulla destinazione finale di un arazzo ispirato al Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo.


Il quadro.

Il Quarto Stato rappresenta una protesta, qualcosa che da sempre fa parte della vita di milioni di persone che chiedono lavoro, diritti, giustizia, libertà.

Il pittore impiegò molti anni per dare una bandiera al suo popolo, e vi riuscì benissimo perché poche opere sono così chiare ed inequivocabili.

Il suo popolo lo acquistò nel 1920, dopo la sua morte. Nel pieno del biennio rosso i socialisti milanesi, per mezzo di una colletta, acquistarono il quadro e lo donarono al comune di Milano, dove avevano appena vinto le elezioni. Erano anni difficili, l'anno successivo vi fu la scissione comunista, due anni dopo iniziò il ventennio fascista.

Il comune di Milano è quindi l'attuale proprietario dell'opera e purtroppo alcune cose fanno pensare che forse Pellizza non ne sarebbe molto contento.


L'arazzo.

Il quadro è molto grande, quasi 6 metri per 3. Sono le dimensioni di certi arazzi del '600, ma trasmette un messaggio diametralmente opposto al significato di quegli arazzi. Non la celebrazione del potere ma l'espressione della forza di chi il potere non l'ha quasi mai (molto più mai che quasi) avuto. Anche per questo, guardando oltre i difficili anni che si stanno vivendo, si è deciso di ripartire da quel messaggio facendone proprio un arazzo.

Un arazzo vero, grande come il quadro, realizzato su un telaio ad alto liccio con una tecnica totalmente manuale, vicina alla manualità del lavoro dei miliardi di persone a cui l'arazzo è dedicato. Lo tesse l'arazziera Vittoria Montalbano, rispettando la contrapposizione dei minuscoli segni che caratterizzano il divisionismo di Pellizza da Volpedo. Per vederlo finito ci vorranno alcuni anni.


I destinatari.

Questa volta, a differenza del quadro, l'arazzo rimarrà di proprietà popolare, proprietà di un popolo fatto di altre facce, di altre razze, ma che vive lo stesso destino del popolo di Pellizza da Volpedo. La proprietà sarà divisa tra decine di migliaia di persone, un centimetro quadrato a testa, uno solo, estratto a sorte tra gli oltre centocinquantamila centimetri quadrati del quadro. A offerta libera, senza minimo, in modo da permettere a disoccupati, pensionati al minimo e precari, di possederne un pezzo. Le quote verranno raccolte solo direttamente, di persona, nel corso di manifestazioni e di incontri organizzati appositamente.

Si vuole ancorare la proprietà dell'opera all'area di appartenenza dei destinatari del Quarto Stato, con un diretto riferimento alle persone fisiche al fine di riportare in quella variegata area un elemento di unione, facendo in modo che l'opera, una volta terminata, sia disponibile, oltre che per iniziative legate all'arte, anche per iniziative legate al suo valore simbolico.

A fronte di ogni contributo viene rilasciata una ricevuta contenente un codice personale ed una parola chiave con cui, collegandosi al sito si potrà completare l'operazione fornendo tutti i dati necessari. Sarà possibile apparire nell'elenco dei finanziatori, eventualmente con uno pseudonimo, e dedicare il proprio centimetro quadrato alla memoria di qualcuno.

Pellizza da Volpedo.

Per arrivare all'immediatezza e alla solennità del quadro Giuseppe Pellizza da Volpedo impiegò, a partire da un primo schizzo del 1890 e passando attraverso molte diverse versioni, una dozzina d'anni, tre dei quali per dipingerlo con tecnica divisionista nella sua forma definitiva.

Furono anni che videro una maturazione politica dell'autore ed una maturazione del soggetto.

I due contadini iniziali divennero un contadino ed un operaio. Al posto del ragazzo che inizialmente affiancava i due nella marcia apparve una donna con un bambino in braccio. Per quei tempi una rivoluzione nella rivoluzione. La vita delle persone coinvolte nella realizzazione del quadro non fu estranea ai contenuti dello stesso. L'uomo che fece da modello per il contadino sulla sinistra in prima fila emigrò oltre oceano e di lui non si seppe più nulla. Il quadro venne esposto a Torino nel 1902 ma non fu premiato. Il potere non gradiva. Alle mostre di Milano, Monaco e Venezia altri suoi quadri vennero ammessi, ma non quello. Nel frattempo l'opera, con il suo semplice messaggio, diveniva bandiera della sinistra. Per vederlo esposto, a Roma, dovette aspettare fino al 1907. Ma nello stesso anno, poche settimane dopo aver perso in un parto sfortunato il figlio e la moglie (la sua modella nel Quarto Stato), Giuseppe Pellizza da Volpedo si suicidò. Aveva 39 anni.


La sorpresa di una scritta.

Per la realizzazione dell'arazzo sono state fatte 270 foto del quadro. La buona definizione delle stesse permette di apprezzare meglio i particolari dell'opera. Vista "a pezzi", foto dopo foto, il tratto divisionista di Pellizza da Volpedo penetra la mente come un ritmo costante. Questa, almeno, è stata la sensazione che noi abbiamo ricavato.

Una regolarità che ha reso evidente, in una delle foto, un momento di rottura che ha attirato la nostra attenzione e che ci ha costretto a ritornarvi più volte.

Come elemento di disturbo sono state identificate, su quella foto, macchie tondeggianti molto più grandi della pennellata tipica usata da Pellizza per comporre il quadro. Macchie allineate sulle righe che caratterizzano la "cintura" di un personaggio posizionato, piuttosto centralmente, in seconda fila. Una di queste righe appare molto diversa dalle altre. E' divisa in due righe più sottili. Una blu e una rossa. Tutti colori (il marrone delle macchie tondeggianti, il blu ed il rosso) che sembrano estranei ai colori utilizzati da Pellizza, che, da divisionista, utilizzava i colori così come uscivano dai tubetti senza mescolarli sulla tavolozza per crearne altri.

Ingrandendo l'immagine sono poi apparsi, rossi in basso e blu in alto, i bordi di vere e proprie lettere maiuscole.

Alla fine appare plausibile che il pittore abbia scritto qualcosa in quel punto, che in un secondo tempo tale scritta sia stata ricoperta e che in un tempo ancora successivo qualcuno abbia cercato di scoprire parte della scritta con qualche sostanza chimica. La striscia rossa e la striscia blu sembrano appunto il risultato di una reazione chimica.

Altre ipotesi sono possibili sulla tempistica. In effetti la scritta è alta circa 4 millimetri, è posta in posizione centrale e sarebbe stata quindi ben visibile. Tutto lascia presumere che, se non immediatamente ricoperta, la scritta non sarebbe passata inosservata. Tuttavia non sono stati trovati riscontri nelle moltissime lettere che Pellizza scriveva e riceveva.

E' poco probabile che la scritta sia stata aggiunta da altri. Mentre sembra plausibile il fatto che a ricoprirla sia stata qualcun altro, perché Pellizza avrebbe quasi certamente usato la tecnica divisionista, fatta di piccoli tratti, anche per coprire la scritta.

Tutte queste considerazioni aggiungono probabilità all'ipotesi che Pellizza abbia apposto la scritta poco prima di suicidarsi e che altri l'abbiano ricoperta dopo la sua morte.

Sono solo ipotesi e vi è spazio per indagini e ricerche.

A noi interessa principalmente l'iniziativa "Ricominciamo dal Quarto Stato" e per quanto riguarda la scritta ci basta averla scoperta cent'anni dopo la morte del pittore.

Piuttosto ci diverte pensare che il suo fantasma, per darci una mano, sia entrato in un computer per indicarcela.